A nudo

Poesie / 60 pagine / € 8,00
Otma2 Edizioni. ISBN: 978-888-546-1185.
La poesia di Manuela Montemezzani ha un pregio. E’ diretta, immediata, addirittura rude in certi passaggi. Prevale la sincerità che per lei significa liberarsi da atteggiamenti ipocriti o difensivi, senza trincerarsi dietro una lingua troppo metaforica, lontana dal reale, senza abusare degli effetti di ambiguità che i traslati spesso offrono a copertura di un “io” recalcitrante a mettersi a nudo. Ecco qualche esempio: “Siamo la reincarnazione del Diavolo sulla Terra/Nati dal bene e coltivati e annaffiati come erbacce dal male”. E un’amara riflessione su se stessa: “Non posso più amare,/non sono mai stata amata/ mi hanno abbellito,/allestito come una tavola apparecchiata./Hanno mangiato,/gustato i miei frutti.” Per Montemezzani il mezzo poetico non è niente di diverso o alternativo rispetto al linguaggio comune. Al contrario, di esso si alimenta, si nutre senza compiacimenti, senza effetti speciali, ma con il desiderio di superare il limite e le inadempienze intrinseche del linguaggio. Per ritrovare il senso della verità di una vita vissuta tra esperienze e riflessioni molto spesso dolorose. Ecco altri esempi della sua poetica: “Non hai ancora capito che tu/sei per me l'utero/ traverso di una madre incinta”. E ancora: “siamo nati nella vergogna,/viviamo nel ridicolo./Il potere e l'odio/scandiscono il nostro tempo/e in tanto, alcuni di noi/muoiono di fame.” Montemezzani nel suo libro “A nudo” non fa quasi mai riferimento a un luogo, a tempi, a personaggi definiti. L’oggetto di interesse sono soprattutto eventi esistenziali, spesso angosciosi, ma anche se stessa, come donna, come persona che ama e che soffre in qualità di rappresentante di una condizione umana che non si allinea facilmente all’assetto della realtà così come appare, cerca di penetrarla con forza, animosità, anche con una punta di indignazione e di risentimento. Ma, per orgoglio, non chiede aiuto. Ecco un esempio drammatico: “Non si deve vivere/come un numero/un numero tatuato/sulla pelle come/vacche al macello”. E poi: “Tu vuoi far parte/del mondo, /io vorrei solo scappare/dal mondo/Non puoi chiedermi/di farne parte”. “La morte sembra un gioco, il dolore/non fa poi cosi male,/rendi il mio sguardo sterile./Impediscimi di pensare/Amica follia abbracciami!” La poetessa è conscia che la lotta ingaggiata contro l’affidabilità dei sentimenti, il valore dell’identità individuale, la natura del male, il pensiero della vita eterna, la morte - inseriti nella sua navigazione, spesso tormentosa, attraverso rovelli, ossessioni, paure, domande senza risposta - deve combatterla da sola, a viso aperto, senza paura di mettere a nudo la sua anima. Ugo Perugini
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